La neve, il bianco e nero, la memoria

Sarà per via dei vecchi film visti al cinematografo quando ero bambino che erano sempre in bianco e nero, almeno quelli che i miei nonni mi portavano a vedere -Totò, Franco e Ciccio, Stanlio e Ollio… – che i racconti, che all’epoca mia madre e di mia zia mi facevano sulla loro infanzia trascorsa al paesino natale, materializzavano nella mia mente di bimbo scene di vita rigorosamente in bianco e nero.

Pellegrino Parmense, un piccolo e sconosciuto paese non lontano dalla più famosa Salsomaggiore, era il teatro di tanti raconti di giovani ingenui ragazzi che si divertivano con le poche cose lasciate dalla guerra. Racconti di contrasti tra chi è stato partigiano e chi non lo era, di soprusi e di violenze, di amori proibiti, di gite in bicicletta, di bagni nello Stirone, di “tosone” regalato dal fattore che produceva il Parmigiano, di osti che davano il vino a bambini che non avrebbero più smesso di apprezzare. Storie di bis-nonni severi che lavoravano nei campi, di zii che guidavano le corriere, di inverni rigidi con nevicate immacolate, di scarpinate interminabili sotto la neve per andare a scuola.

Sarà per via di questo mio modo di visualizzare il passato in bianco e nero che in questi giorni trascorsi in montagna, durante una passeggiata in solitaria con le racchette da neve, guardando i monti che mi circondavano, mi sono lasciato trasportare dal tempo rallentato che regala a volte la neve quando scende, quando ammanta alberi e sentieri, quando ovatta i sensi e il pensiero, quando ruba i colori alle cose e a tutto quello che tocca.
E ho rivisto davanti a me le scene di vita dei miei avi. E ho pensato al tempo e al suo scorrere così diverso quando siamo in “stato di grazia” con noi stessi e con l’ambiente che ci ospita.