La neve, il bianco e nero, la memoria

Sarà per via dei vecchi film visti al cinematografo quando ero bambino che erano sempre in bianco e nero, almeno quelli che i miei nonni mi portavano a vedere -Totò, Franco e Ciccio, Stanlio e Ollio… – che i racconti, che all’epoca mia madre e di mia zia mi facevano sulla loro infanzia trascorsa al paesino natale, materializzavano nella mia mente di bimbo scene di vita rigorosamente in bianco e nero.

Pellegrino Parmense, un piccolo e sconosciuto paese non lontano dalla più famosa Salsomaggiore, era il teatro di tanti raconti di giovani ingenui ragazzi che si divertivano con le poche cose lasciate dalla guerra. Racconti di contrasti tra chi è stato partigiano e chi non lo era, di soprusi e di violenze, di amori proibiti, di gite in bicicletta, di bagni nello Stirone, di “tosone” regalato dal fattore che produceva il Parmigiano, di osti che davano il vino a bambini che non avrebbero più smesso di apprezzare. Storie di bis-nonni severi che lavoravano nei campi, di zii che guidavano le corriere, di inverni rigidi con nevicate immacolate, di scarpinate interminabili sotto la neve per andare a scuola.

Sarà per via di questo mio modo di visualizzare il passato in bianco e nero che in questi giorni trascorsi in montagna, durante una passeggiata in solitaria con le racchette da neve, guardando i monti che mi circondavano, mi sono lasciato trasportare dal tempo rallentato che regala a volte la neve quando scende, quando ammanta alberi e sentieri, quando ovatta i sensi e il pensiero, quando ruba i colori alle cose e a tutto quello che tocca.
E ho rivisto davanti a me le scene di vita dei miei avi. E ho pensato al tempo e al suo scorrere così diverso quando siamo in “stato di grazia” con noi stessi e con l’ambiente che ci ospita.

La Telektron

.. E ripenso alla Telektron, o Teletruffa come la chiamavano quelli della Sip.

Era l’azienda di un ex dipendente Sip, appunto, nata grazie alle sue conoscenze; prendeva appalti dalla società telefonica per l’installazione delle apparecchiature nelle centrali telefoniche in tutta la Liguria.

Eravamo meno di quaranta persone divise in tre settori principali: Centrali urbane e interurbane, Tramissione Dati e Impianti Interni Speciali. E poi c’erano le donne, le bobinatrici, che per lo più restavano in sede a realizzare cablaggi, costruire bobine e ricondizionare i vecchi apparecchi telefonici. Erano i primi anni settanta, l’elettronica stava lentamente sostituendo la tecnologia elettromeccanica e il costo della mano d’opera rendeva ancora conveniente “aggiustare le cose”.

Mio padre era il responsabile del settore Centrali e io fui assunto come apprendista che non avevo ancora diciotto anni . Ero il figlio del capo e per questo ricevevo da lui sonori ceffoni davanti ai colleghi per dimostrare  che ero trattato “come chiunque altro”..

Ma la vita in Telektron era meravigliosa; i lavori ci portavano ovunque in tutta la Liguria. Da Santo Stefano Magra ai Balzi Rossi di Ventimiglia. Spesso si partiva il lunedì mattina col mezzo aziendale carico di materiale e  borse attrezzi e si tornava il venerdì. Eravamo squadrea di due o quattro colleghi e finito il lavoro condividevamo il resto della giornata. Ero il più giovane della truppa e il rapporto coi grandi rafforzava in me grandi amicizie verso gli allora maestri di vita.

Ripenso alla Telektron, quando alla mattina ancora assonnato entravo prima delle otto nel fondo di via Passaggi col pavimento verniciato di rosso e attendevo di conoscere la prossima “missione”.

Li ricordo ancora tuuti i miei colleghi compagni di avventure. Con alcuni condividevo la passione per la musica e passavamo ore a parlare e ad ascoltare mille volte gli stessi pezzi per analizzarli sotto tutti gli aspetti.
Con altri parlavo delle mie insicurerzze di adolescente, delle mie cotte per la ragazza di turno e di come affrontare l’appuntamento di fine settimana.

Ricordo gli autunni e le primavere in riviera o nei paesini magici sulle montagne che separano la Liguria dal Piemonte. Ricordo Molini di Tiora, Arma di Taggia, Dolce Acqua, Vallecrosia,  Pieve di Teco, Nava, Aquila D’Arroscia, Zuccarello, Balestrino, Toirano, Mallare, Pallare, Giusvalla, Mioglia, Piana Crixia, Pareto e poi Torriglia, Montebruno, Fontanigorda, Ottone, San Colombano, Casarza, Carrodano, Aulla, Podenzana. posti belli e meno belli che hanno fatto da cornice per quasi dieci anni dei miei girovagare.

Forse è perché fa parte dei ricordi di gioventù e le cose negative si sono stemperate negli anni ma ripenso a quel periodo come a uno dei più belli della mia vita; denso di ricordi, volti,  sapori, profumi, colori, suoni e gioia di vivere.

Compleanni

Oggi ricorre l’anniversario della nascita di mio papà.
Non lo ricordavo.. Ho letto un post di mia sorella si FB che diceva “auguri, papà.” e sono rimasto più di mezzo minuto a cercare di ricordare chi fosse il papà in questione.

Se n’è andato nel 2002, il 22 giugno; nel giorno in cui mia sorella festeggia il suo di compleanno.

Da allora io ricordo quella data e non più quella di oggi. È strano..

Franco se n’è andato..

.. Lo conoscevo da tempo, era il millenovecentosettantanove o forse prima.. sì forse era prima.
Il papà di tre amici miei ai quali devo tantissimo, soprattutto alla figlia più giovane e al suo “fratellino”.

Era geometra e all’epoca lavorava a Firenze in una cooperativa dal nome impronunciabile. Lo ricordo sempre in giro per l’Italia, da un ufficio all’altro, da una casa all’altra. Con sacrificio era riuscito a progettare e costruirsi due casette, una al mare e una in montagna ed entrambe sono divisibili per tre.. come i figli. Ricordo che si muoveva con mezzi di trasporto che erano sempre ad un passo dalla demolizione; uno prese anche fuoco un giorno sulla strada verso Firenze mentre andava a comprare delle tavole di abete per fare un paio di librerie (una era la mia).. laggiù il legno costava molto meno. E nel garage ci sono ancora molti pezzi “recuperabili” di quelle auto, di quei furgoncini. Negli ultimi anni però aveva iniziato a spostarsi col treno. “in macchina mi ritrovo a destinazione senza ricordarmi quale strada ho fatto.. e questo forse è pericoloso..” mi disse una volta. Si spostava in treno, era il Re delle coincidenze.

Era un uomo di una cultura e una curiosità che non avevo mai conosciuto. La casa piena di libri e riviste. Aveva tutti i numeri de L’Espresso fin dal millenovecentocinqu… non ricordo bene; “c’è la storia d’Italia qui sopra..” diceva. E poi enciclopedie, saggi, libri di storia, libri d’arte, di musica e dischi. Amava la musica classica, il jazz ma anche Paolo Conte, Dario Fo. In soggiorno c’erano due divani, uno di fronte all’altro e tutt’intorno una libreria che prendeva le quattro pareti sino al soffitto.. era piena zeppa e su alcuni scaffali spesso potevi vedere volumi posti orizzontalmente sopra le normali file di libri verticali. Aveva viaggiato molto, anche nei paesi del’est e c’erano libri di ogni tipo che ricordavano i luoghi visitati. In casa sua ho scoperto la fotografia; ho imparato a sviluppare e a stampare in bianco e nero e fu lì che “rubai” un po’ della sua curiosità verso il mondo. Raccoglieva articoli dai giornali, li collezionava a centinaia; non so come facesse a ritrovare qualcosa lì in mezzo. Probabilmente non ci riusciva.

Ultimamente andava tutte le mattine alla biblioteca regionale per leggere i quotidiani e lì si incontrava con gli amici coi quali condivideva le sue passioni. Era intelligente e pragmatico, sempre estremamente critico e attento alle cose di tutti giorni. Della vita sociale e di quella politica. Veniva dalla gavetta e come i suoi compagni di lavoro, gente che come lui valeva per quello che aveva fatto -come la corte Lambruschini o il viadotto sul Polcevera- aveva un rapporto semplice e sempre disponibile. L’onestà intellettuale lo ha sempre contraddistinto.

Probabilmente non sono il più autorevole per poter tracciare in poche righe un suo profilo. Quello che ho scritto è un mio ricordo e sono sicuro manca ancora tanto per poter anche solo delineare in modo più nitido quello che è stato. Spero di non offendere nessuno con queste righe; il mio è solo il desiderio di ringraziare e ricordare, in maniera un po’ superficiale forse, una persona che senza volere mi ha insegnato a guardare la vita con occhi più attenti.

Ciao Franco, grazie di tutto..